20 Novembre 2018
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Omelia del parroco per il "giorno dei morti"

03-11-2018 09:29 - News Generiche
Alcune considerazioni d’avvio

Cari fratelli e care sorelle! In questo giorno dedicato ai trapassati siamo celebrare la morte. Ma può essere celebrata la morte? Questa stroncatura totale dell’uomo merita tanto? Può il negativo diventare oggetto di celebrazione? La morte non va, piuttosto, taciuta e coperta dal manto del silenzio? In un luogo di morte, qual è il cimitero, oltre al nodo in gola che i trapassati ci provocano e di là della ferita del cuore, dei lividi sull’anima e delle lacrime sul viso, che possibilità abbiamo per restare sereni e in pace?
In concreto, ora, che possibilità si ha di fare un’omelia sulla morte? Io ho il mio imbarazzo, ma lo debbo vincere e farla con serietà alta, come un servizio profetico a questa comunità per aiutarla a sentire la presenza di Cristo nell’azione liturgica che stiamo celebrando (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 7).
Qui fra poco, noi sacerdoti diremo: «Annunciamo la tua morte, Signore», che significa questo: «Annunciamo che Gesù morto si fa presente in mezzo a noi» e diremo in aggiunta: «Proclamiamo la tua risurrezione nell’attesa della tua risurrezione», che a sua volta significa: Proclamiamo che il Risorto, qui ed ora, si presenta Gesù risorto.
Così la mia omelia non avrà più tanto da dire, poiché siamo chiamati, in questa Messa, ad occogliere il Crocifisso-Risorto per godere della sua presenza rassicurante sulla morte che, di conseguenza, smette di essere, per i credenti, la nostra più una nera questione.
Con la sua presenza, qui ed ora, Gesù Morto e Risorto, ci dice che la risposta alla morte è quella del Padre che ha risuscitato il Figlio facendolo diventare, per noi, «la risurrezione e la vita» in persona (Gv 1,25). Perciò egli, ancora qui ed ora, fa giungere a noi parole di vita eterna (Gv 6,68) e, ancora, il Padre del Risorto ci offre un Pane e un Calice in grado d’inseminare fermenti di risurrezione nella nostra vita (cf. Gv 6,54).


Il parroco pronuncia l'omelia durante la concelebrazione

Il cristianesimo non s’arrende alla morte

Cari fratelli e care sorelle in Cristo! La morte verrà, anzi sta venendo, dice sant’Agostino, dallo stesso istante della nostra nascita. Da quell’ora abbiamo preso a vivere e a morire: dunque, siamo, ad un tempo, viventi e moribondi ogni giorno e ogni notte della nostra esistenza. In tal modo, la vita che è già innestata nella morte, avverte che tutti i nostri progetti sono scritti sempre e solo a matita e che, di conseguenza, siamo immersi nella fragilità: perciò, presto o solo un poco più tardi, le cose, i giorni e noi scompariremo inesorabilmente, polvere nella polvere.
Eppure, il cristianesimo non interrompe qui il discorso sulla morte, bensì lo prosegue in termini fiduciosi; e, per farlo, chiama in causa Dio: dinanzi alla morte (dinanzi ai nostri morti, è impegnata anzitutto la fede perché «ogni scheggia di morte rimbalza su Dio» (O. OTTIERI, De morte, Guanda, Parma 1997, p. 11). La morte non può ridursi a oggetto di riflessione, né può essere trattata come elemento di una costruzione teorica. Proprio l’irritazione vitale, l’angoscia esistenziale che la morte procura fa sospettare che essa unicamente naturale non sia proprio (cf. Gaudium et spes, n. 18).
Il punto è poter rispondere a queste domande: come si fa a dire che la morte è la fine, considerato tutto ciò che accadrebbe se lo fosse davvero? E ancora: come si fa a dire che la vita si tiene se la morte dovesse essere la fine? La morte non è la vita che cede un po’ per volta? E perché, se la vita cede oggi, non dovrebbe cedere più domani? E, anche se non cedesse più nel futuro, come si recupererebbe il senso ai morti finora? Allora, per rispondere a ognuna di queste domande, perché non provare a battere la strada che salva e invera il senso della vita sia il senso della morte?

Imparare a dirsi ‘addio’

1. Anche a noi sarà detto di lasciare questo mondo e questo tempo. La morte verrà, anzi sta venendo, dice sant’Agostino, dallo stesso istante della nostra nascita. Da quell’ora abbiamo preso a vivere e a morire: siamo dunque, insieme, viventi e moribondi ogni giorno e ogni notte della nostra esistenza. In tal modo, la vita che è già innestata nella morte, avverte che tutti i nostri progetti sono scritti sempre e solo a matita. Di conseguenza, siamo immersi nella fragilità e, pertanto, presto o poco più tardi, le cose, i giorni e noi con loro scompariremo inesorabilmente, polvere nella polvere.
Noi siamo solo di passaggio. Siamo nomadi di cuore e di pensiero. Siamo gitani senza stabile dimora. Noi siamo quelli che passano e se ne vanno. È la morte che, in ore diverse della vita, dice a tutti: Via di qua! Noi siamo solo di passaggio. Siamo nomadi di cuore e di pensiero. Siamo gitani senza stabile dimora. Noi siamo quelli che passano e se ne vanno. È la morte che, in ore diverse della vita, dice a uno a uno: – Via di qua! per usare il titolo di un libro di Umberto Curi (Via di qua. Imparare a morire, Bollati Boringhieri, Torino 2011).

2. Credere la morte perché è mistero. Sulla morte il cristianesimo impegna tutto sé stesso: la sua profezia, la sua dottrina, il suo Credo, il suo Mistero. Di meno non basta né a decifrare l’enigma della morte, né a risolvere il suo problema. Così, il cristianesimo chiama a credere la morte perché è mistero. Sulla strada del mistero si salvano la vita e la morte, invece fuori di essa la morte diventa brutale e la vita insensata:

«Dove c’è realmente una fine, di per sé, non c’è alcun mistero. Ma dove c’è mistero non c’è quella che chiamiamo “fine”. C’è piuttosto una sovrabbondanza di realtà che non riusciamo a scandagliare. Così si deve dire che la morte è mistero, mentre non siamo autorizzati a dire che sia la fine» (R. MANCINI, Il senso della fede. Una lettura del cristianesimo, Queriniana, Brescia 2010, p. 94).

3. Siamo forestieri e ospiti ‘per poco tempo’. Noi siamo solo di passaggio. Siamo nomadi di cuore e di pensiero. Siamo gitani senza stabile dimora. Noi siamo quelli che passano e se ne vanno. È la morte che, in ore diverse della vita, dice a tutti: Via di qua. Imparare a morire, per usare il titolo di un libro di Umberto Curi (Bollati Boringhieri, Torino 2011). Nei vari servizi della Parola che compiamo o insegniamo a compiere, noi sacerdoti siamo chiamati a: 1) reinserire la preparazione al distacco finale; 2) chiamare le nostre comunità a un serio e costante esercizio della virtù e della cultura della speranza, perché sull’ultimo distacco dell’uomo il cristianesimo gioca tutta la sua credibilità; 3) formare instancabilmente al senso umano e cristiano del morire, alla fede della vita eterna; 4) concepire e presentare tutta l’esistenza cristiana come una scuola che insegna a “dire addio” (cf. I. TROBISCH, Imparare a dire addio, Claudiana, Torino 1987).

Due immagini per dire la morte con speranza

1. La morte è un parto. Già nello stoicismo appare l’idea della morte come «parto», un’idea positiva dal punto di vista esistenziale, invitante ad affrontare il finis vitae con animo sereno, come esorta a fare, Marco Aurelio, l’Imperatore filosofo di Roma: «… e come ora attendi il momento – scrive – in cui il bimbo uscirà dal ventre di tua moglie, così preparati all’istante in cui la tua anima lascerà questo involucro» (Ta eis eauton, IX, 3). L’idea della morte come parto è nella Bibbia:

«La letteratura neotestamentaria si serve di due immagini per illustrare la dimensione cristiana della morte. Essa è come l’evento del parto, cioè come uno stato di intensa attesa; è come l’esperienza della donna incinta: vive la lunga gestazione tra trepidazioni, dolori, incertezze e paure, ma quando finalmente dà alla luce il figlio è inondata da profonda gioia. Così la lunga gestazione del cristiano, che culmina con la morte: nasce così l’uomo nuovo, l’uomo destinato a vivere per sempre. È appunto per questo che la letteratura cristiana designa il giorno della morte come il dies natalis, il giorno della nascita alla vita eterna, o come ri-creazione, nel senso che l’uomo viene da Dio e a lui di nuovo ritorna (U. TERRINONI, C’è l’al di là? Indagine biblica sulle ultime realtà dell’uomo, Dehoniane, Bologna 2006, p. 6).

Perciò, l’idea della morte-parto è presente anche nel cristianesimo (in questi anni rievocata anche dalla teologia latino-americana ), anzitutto perché il morire in Cristo non è concepito come uno sprofondare in una situazione annientatrice, ma in misterioso evento generativo (un parto), non nel senso di una metafora rassicuratrice su di essa, ma nel senso realistico di un atto che espelle dal mondo nero e opaco del peccato per immettere nel mondo bianco e trasparente della comunione di vita con Dio.

2. La morte è una porta. La morte è pasquale: è un valico, un ponte, un cammina-mento. E anche di meno: è una semplice porta, ma una porta unica, decisiva, che fa passare da vita a vita, dall’aldiquà all’aldilà; è una delle porte più grandi che si aprono sul Mistero.

1. Cristo ha trasformato la morte da muro in valico. Gesù muore per permettere a noi la comunione dello Spirito che, prima di lui, era impedita da tre muri di divisione, che però egli abbatte, uno dopo l’altro: il muro della natura; il muro della volontà corrotta dal male; il muro della morte. Il primo fu tolto di mezzo dal Salvatore con la sua Incarnazione (e con la sua unzione); il secondo fu eliminato con la sua crocifissione, poiché la Croce distrusse il peccato; il terzo è stato abbattuto il mattino di Pasqua quando egli ribaltò la pietra della sua tomba, ponendola come base dell’esistenza umana. Dall’ora pasquale in poi la casa dell’uomo diviene «Cenacolo», pronta per essere invasa dal vento di Pentecoste. Per il cristianesimo la morte dell’uomo, nella morte di Cristo, diventa così un occhio spalancato sul mistero di Dio.

2. Cristo, prima porta del Cielo. La morte è la porta di quale casa? La risposta è una delle porte del Cielo. La prima porta del Cielo è Cristo: egli è la porta e il pastore… Oh, come è semplice, ardito e brillante questo accostamento di due immagini così diverse… Ci aiuta a coglierne l’affinità nella diversità san Giovanni XXIII nel frammento di una sua Allocuzione durante la terza sessione del Sinodo Romano: «Notevole questo particolare. Le due immagini della porta del gregge: ostium ovium e del pastor bonus si veggono associate e si rincorrono nelle parabole del linguaggio di Gesù. Si direbbe persino che una è posta in rapporto con l’altra sino a camminare dello stesso passo; due volte Gesù dice: ego sum ostium, e due volte ego sum pastor» (Udienza di Mercoledì, 27 gennaio 1960).

3. Maria, porta e portinaia del Cielo. Mentre la morte, per così dire, è il varco che permette di accostarsi alla prima porta del Cielo, che è Cristo, Maria è la porta che fa entrare nei suoi penetrali, nelle sue stanze più intime. Perciò, per i cristiani la ‘porta’ per entrare nella Patria trinitaria è anche Maria, come per il Figlio di Dio lei è stata la porta per entrare nella «casa dell’uomo» (E. Bloch).
Alla Madre si riserba l’accesso all’intimità della casa, di cui è signora. Nelle Litanie lauretane Maria è chiamata Janua Coeli; ma le stesse Litanie la chiamano anche Regina del Cielo. Ebbene, fra noi – in terra e nel tempo – non si costuma che una Regina sia anche portinaia della reggia. Maria, invece, del Cielo è porta, portinaia e Regina. E questo perché il Cristo è, a un tempo, la ‘porta dell’ovile’ e il pastore.

Concludo con una preghiera alla Madre di Gesù e della Chiesa:

Facci grazia, Maria.
Tu che hai cuore di misericordia
e mani di consolazione,
dà ascolto al nostro pregare.

Vergine del cammino, non disperdere
la polvere dei nostri passi dati nell’esodo
che ci avvicinano, grado a grado,
al Cielo promesso, che è il cuore del Padre.

Santa Maria, rianima
la nostra sorte di pellegrini.
Nutri la fiaccola della nostra speranza
e, se per il soffio di venti cattivi
talora essa si spegne,
tu riaccendila subito e più viva di prima,
finché dalla terra della morte
non giungiamo al Cielo della vita senza tramonto.

Amen, amen.

don Michele Giulio Masciarelli
Arciprete di Santa Maria Maggiore in Francavilla al Mare (Chieti)

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