20 Novembre 2018
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Le nostre Chiese

Santa Maria Maggiore
Cenni storici

La chiesa di Santa Maria Maggiore in Francavilla al Mare è di antichissima istituzione.

Edificata anteriormente all’anno 1000, accolse, il 7 maggio del 1431, il corpo di san Franco collocato in un’urna in argento che fu asportata dai turchi di Pialì Bassà il 30 luglio 1566 che bruciarono e dispersero le ceneri del Santo patrono della città.

Nel 1624 passò sotto la giurisdizione della diocesi teatina. Fu elevata a Collegiata ricettizia con Bolla di papa Benedetto XIV il 17 dicembre del 1746.

Danneggiata dal sisma di inizio ‘700, fu dapprima restaurata e successivamente abbattuta e ricostruita ex novo.

Nel dicembre 1943 fu minata e ridotta in rovina dalle truppe tedesche di occupazione. Per la sua ricostruzione fu indetto nel 1948 un concorso nazionale che vide vincitore il progetto redatto dall’architetto Ludovico Quaroni.

Furono chiamati i fratelli Andrea e Pietro Cascella a decorare il tempio con le maioliche policrome su tre altari; con i rilievi in cotto sia sul cornicione basso che gira intorno all’ottagono della cupola che con l’artistico battiscopa, le testate d’angolo delle cappelle, la Maestà della Madonna in trono sulla facciata e le grate delle cinque finestre dell’ordine basso del tempio.

La chiesa fu aperta al culto il 5 agosto 1957 e consacrata nell’ottobre 1960 dal vescovo di Chieti mons. Giovanni Battista Bosio.

A seguito del rinnovamento liturgico dopo il Concilio Vaticano II, furono eliminati gli altari preconciliari e ridisegnato il presbiterio con il nuovo altare secondo le nove norme. Il secondo altare fu consacrato dall’arcivescovo Vincenzo Fagiolo il 13 dicembre 1982.

In data 5 agosto 2006 fu dichiarata monumento nazionale.

I decori di Cascella

Successivamente, si deve alla mano di Pietro Cascella il profilo lapideo che raffigura le costellazioni sulla pensilina della facciata e i tre portali in pietra, come pure il leone che reca in bocca il serpente, simbolo della lotta tra il bene e il male, e il fontanile in travertino che sgorga acqua da un’ostia in marmo bianco, raccolta nella vasca entro la quale si trova una colomba.

Ai lati del portone centrale sono collocate due araldiche in bronzo, opera di Cordelia Van Den Steinen, raffiguranti gli stemmi della Collegiata e della locale Confraternita del Ss.mo Sacramento.

All’interno, l’altare maggiore è sostenuto da un cippo in travertino raffiguranti spighe di grano e grappoli d’uva che simboleggiano le due specie dell’Eucaristia.

Tre sedili in pietra chiudono il presbiterio.

Dietro il presbiterio è ubicato il coro in pietra disposto su due ordini di stalli con gradinate di accesso oblique. Ogni stallo è contraddistinto da una tarsia quadrata interamente eseguita a mosaico raffiguranti simboli eucaristici ed ecclesiali.

L’ambone disposto su due gradoni si articola intorno al grifo che simboleggia san Giovanni evangelista, sulla cui testa poggia un delicato leggio in pietra che si inclina per accogliere l’Evangeliario.

Il cero pasquale è sostenuto da una composizione plastica, tipica cascelliana, su cui si staglia la elegante colonna in pietra bucciardata che sorregge il cero. L’impostazione risente fortemente della tradizione romanica anche se i riferimenti arcaici sono piegati e stravolti dalla forza interpretativa di Pietro Cascella.

Nella cappella a destra è collocato l’altare retto agli angoli dai simboli dei quattro Evangelisti, realizzati in bronzo da Cordelia Van Den Steinen che reggono la mensa cruciforme. Dietro l’altare si staglia dalla colonna portante il ciborio severo ed elegante, con tarsie in marmo policromo, opera di Pietro Cascella.

Nella cappella di sinistra si può ammirare il fonte battesimale di rame martellato, progettato dal prof. Quaroni. All’interno, sulla parete di destra, è collocata un ciborio rinascimentale donato da Pietro Cascella che accoglie gli Olii sacri.

Le cinque vetrate basse sono opere di Jacopo Cascella; nelle due più piccole vi sono rappresentati simboli e motti, mentre le tre grandi rappresentano scene bibliche.

La vetrata centrale riproduce l’incoronazione della Vergine costellata di stelle davidiche, di dodici figure rappresentanti le tribù di Israele e, nel centro, le figure di Gesù che incorona la Vergine con un serto di dodici stelle. L’azzurro, il rosso e il giallo creano una forte cromia e il cerchio che racchiude l’incoronazione di Maria, conclude la composizione costituendo lo sforzo dell’abside.

Sulla cappella di sinistra, sopra il fonte battesimale, è raffigurato Mosè che con la verga fa scaturire acqua dalla roccia per dissetare il popolo di Israele mentre su quella di destra, sul tabernacolo, è collocata la rappresentazione della cena di Emmaus.

Entrambe le vetrate si caratterizzano per la forza espressiva e per la scelta dei colori che le compongono. Danno un senso di compiuto filtrando i raggi del sole che si colorano in maniera variegata, con tinte calde e conferiscono una luce diffusa adatta al raccoglimento della preghiera.

Sopra la linea di cotto che cinge l’aula tutt’intorno, si staglia l’ottagono diafano e solenne. Esso si conclude nella grande croce che collega le quattro finestre poste sulla sommità della volta incanalando la luce sulla stessa a sottolineare un grande nitore nel contrasto con la parte inferiore del tempio, dove questa è filtrata e fioca, l’elevazione della preghiera al cielo.

Dal centro della cupola, nell’intersezione dei bracci della croce, partono dei cavi che raggiungono la lina del cotto che cinge l’aula. Gli otto cavi sono stati posti per sorreggere altrettanti lampadari per l’illuminazione dell’assemblea, finora mai realizzati.

Sulla parete absidale è collocato un alto rilievo di Pietro Cascella che simboleggia la ricostruzione della città sormontata da una grande croce.

Il pavimento, in cotto e travertino a cubetti, accoglie al centro il grande tappeto in marmo policromo dal portone d’ingresso all’altare. Quest’ultimo si innesta con un altro tappeto che congiunge la porta laterale della sagrestia formando una “tau” di rara bellezza per colori e forme con l’impiego di molte specie di marmi secondo un elegante disegno a mosaico dalle grandi tarsie. Anche questo intervento è di Pietro Cascella, come pure il pavimento del presbiterio dalla forma ellittica su sui si innesta l’altare maggiore.

Dal deambulatorio destro si entra, attraverso un passaggio custodito da un cancello in ferro battuto, anch’esso opera di Pietro Cascella, in un locale dove si trovano numerose statue lignee, alcune delle quali appartenenti al XVI, XVII e XVI secolo di scuola napoletana. Sul pavimento, al centro, è stata collocata parte delle maioliche policrome originali che decoravano i tre altari primitivi. Anche nelle due cappelle laterali dell’Eucaristia e del fonte battesimale vi sono parti di maioliche.

Sulla parete di fondo in pietra a vista sono collocate le quattordici formelle della Via Crucis, opera giovanile di Andrea Cascella, mentre quelle collocate nei deambulatori del tempio sono state modellate dal prof. Raimondo Volpe.

All’esterno, si erge lo svettante campanile con orologio e campane a vista, a punta cruciforme che si conclude con quattro bracci in ferro che sostengono la palla in rame sormontata dalla grande croce traforata. L’insieme architettonico si staglia sulla sommità del colle prospiciente il mare Adriatico e domina il paesaggio caratterizzandolo marcatamente.

Sulla piazza, sorge una fontana esagonale il cui fondo in mosaico è opera di Pietro Cascella, mentre la struttura è stata disegnata dal prof. Quaroni. Il perimetro degli scalini che rialzano la fontana è quello progettualmente concepito per l’edificazione del Battistero che non è stato mai realizzato.

Il tesoro di San Franco

La chiesa Madre custodisce un “tesoro” costituito dal celebre Ostensorio dell’Assunta di Nicola da Guardiagrele realizzato nel 1413, un turibolo e annessa navicella del ‘400 di scuola sulmontina oltre a calici, ostensori, reliquiari tutti in argento di scuola napoletana del XVII e XVIII secolo. Non mancano capolavori di arte contemporanea quali la croce astile in argento di Gianni Cacchione, l’evangeliario di Gerardo Sacco, la croce argentea dell’altare maggiore, il lume in argento nella cappella del ss.mo Sacramento a forma di barca, simbolo della Chiesa e il busto di san Franco di Raimondo Volpe. Inoltre, la parrocchia custodisce sei arazzi di Pietro Cascella e diversi quadri d’autore tra cui un acquerello di Aligi Sassu, raffigurante l’Assunta con san Franco e san Rocco, e il san Franco benedicente di Pietro Annigoni.
Santa Maria delle Grazie
La Madonna delle Grazie di Francavilla al Mare, dopo la Madonna dei Miracoli di Casalbordino, fu uno dei più celebri santuari mariani della diocesi teatina. La sua fondazione si fa risalire ad una apparizione della Vergine avvenuta il 17 agosto 1623. Di tale miracolosa manifestazione e dei fatti conseguenti si può leggere in uno scritto conservato nell’archivio della Curia Metropolitana di Chieti che riportiamo di seguito.

Memoria della miracolosa apparizione della Madonna delle Grazie avvenuta in Francavilla il 17 agosto 1623 come si è ricavato dalla iscrizione posta sulla porta grande della chiesa, da manoscritti e tradizione, come pure dagli atti formati da mons. Marsilio Peruzzi (Vescovo di Chieti) per la verifica dei miracoli e dagli atti formati dal cardinale Antonio Santacroce (nativo di Francavilla), arcivescovo di Chieti, per la consegna fatta della chiesa ai Padri Lucchesi dell’Ordine de’ Predicatori nel di 19 di agosto 1636, e dei miracoli operati dalla vergine dall’epoca della sua apparizione e sinora.

La famiglia del sig. Monziani del Comune di Francavilla, dopo l’incendio che soffrì il Comune medesimo dai Turchi nell’anno 1565, era la famiglia principale del Comune predetto. Essa abitava al mercato vecchio così detto e propriamente vicino alla chiesa parrocchiale di allora, detta Sant’Elena (oggi non esiste più). Fra le tante case con i rispettivi fattori che possedeva la mentovata famiglia Monziani, ne aveva una per uso di stalla per le vacche vicino a cui eravi un’altra camera terranea in cui abitava una donna onestissima, religiosa, ma povera e cieca nominata Laura.

Nella notte del 14 del mese di agosto 1623 in sogno alla nominata Laura apparve la Vergine Santissima e le disse di portarsi al padrone della stalla ove stanno le vacche, e le dicesse che togliesse gli animali subito, facendo togliere le immondezze che vi erano, mentre in quel luogo vi era la Vergine Santissima con l’Unigenito suo Figliolo. Laura, la mattina seguente, prontamente ubbidì alla visione recandosi nella casa del sig. Monziani, e racconta la visione a madonna Delia Angelieri, moglie di don Vincenzo Monziani; e questa discacciò la vecchia Laura dalla sua casa trattandola da pazza, ubriaca e visionaria, e con altre invettive. Nella seconda notte ebbe la stessa visione e, come sopra, venne discacciata dalla mentovata madonna Delia. Nella terza, poi, ed ultima notte, ebbe l’istessa visione, ma aggiungendo che avesse detto alla nominata famiglia Monziani essere quello l’ultimo avviso e si attendesse da Dio un formidabile castigo, come avvenne.

Infatti, la mattina de’ 17 del detto mese, si portò il garzone vaccaro per condurre gli animali al pascolo, ed aperta la porta di detta stalla trovò che le vacche erano tutte morte. Corse dal padrone narrandogli l’accaduto, che corse subito, e verificandolo, allora prestò credenza a ciò che Laura gli aveva detto. Incominciarono tutti a gridare: “Miracolo, miracolo!”.

A tal voce corse Laura, e con essa Vittoria, altra donna cieca, perché l’erano calate le cateratte, e mentre tutti erano occupati a togliere le immondezze e le vacche morte. Laura genuflessa fu la prima a scovrire l’immagine della Vergine Santa ricuperando la vista, e con essa ricuperò la vita benanche Vittoria sua compagna, ed ambe piangevano e gridavano: “Miracolo!”. Corse ai strepiti del paese un’altra donna per nome Beatrice, ed entrata appena nel luogo di sopra cennato, con tutta la fede, piangendo e pregando, dimandava alla Vergine Santa a fine di ricuperare la perduta vista, come in un subito furono esaudite le di lei preghiere.

Degli altri miracoli, e propriamente di storpi cronici, ed altre infermità furono nello stesso giorno guariti. […]

Il racconto prosegue con le notizie circa la costruzione del santuario, l’affidamento del servizio di culto ai padri Domenicani e i numerosi pellegrinaggi che affollavano la chiesa. A seguito degli eventi bellici, la chiesa venne fatta brillare dalle truppe tedesche in ritirata. Ciononostante, la parete con l’affresco della Madonna non fu distrutta ma solo ricoperta dalle macerie. Eppure, durante la ricostruzione fu demolito e rimosso con i residui per poter fare tutto nuovo. Ma, purtroppo, il nuovo non fu mai ricostruito. Così, i devoti occuparono alcuni locali, un tempo adibiti a pescheria, per poter continuare a mantenere il culto e celebrare la messa. Tutt’ora, ogni domenica, alle ore 8.00 si celebra la messa in quella che è, ormai, la chiesa della Madonna delle Grazie.
Santa Maria del Gesù (Sant´Antonio di Padova)
La chiesa di Santa Maria del Gesù, attualmente denominata Sant’Antonio di Padova, è stata edificata nel XVI secolo e consacrata presumibilmente nel 1584. Le forme barocche indicano una rimanipolazione architettonica di inizio ‘700 coincidente con il terremoto della Maiella che causò molti danni anche a Francavilla al Mare. È attigua e coeva al convento dell’Osservanza appartenente ai frati zoccolanti, oggetto di spoliazione sancita dalle leggi post-unitarie di espropriazione dei beni ecclesiastici.

Il convento Michetti

Il convento, ceduto al comune di Francavilla, nel 1885 fu da quest’ultimo alienato al pittore Francesco Paolo Michetti che ne fece la sua dimora. In esso ebbe sede il cenacolo della cultura italiana di fine ottocento-inizi novecento. Amici e sodali del Michetti erano Gabriele D’Annunzio, Francesco Paolo Tosti, Giulio Aristide Sartorio, Costantino Barbella, Matilde Serao, Edoardo Scarfoglio, Paolo De Cecco e altri che fecero di Francavilla il centro propulsore delle arti e della cultura nazionale. Francesco Paolo Michetti si spense nel convento il 5 marzo 1929.

La chiesa

La chiesa è a navata unica. Nell’aula sono disposti simmetricamente quattro altari laterali. Si conclude con l’altare maggiore posto sotto l’arco che delimita il coro retrostante. Entrando, sul lato sinistro si aprono due cappelle con relativi altari: la prima dedicata a sant’Antonio di Padova, la seconda alla “Mamma nostra” dedicata alla Vergine Immacolata.

Sopra la porta di ingresso sono collocate tre tele. Quella centrale dipinta dal Possidonio, raffigura Gesù Crocifisso con san Francesco; a destra e a sinistra due tele di san Nicola di Bari e san Michele Arcangelo opere di Donato Teodoro.

Nella parte alta della chiesa sono collocati dei dipinti che raffigurano nell’ordine, da destra: la natività, l’adorazione dei magi, la presentazione al tempio e, sull’ingresso della sagrestia, la Madonna del latte. Queste opere sono state dipinte da Donato Teodoro.

Nel coro, sopra gli stalli in legno di noce decorato, sono collocate due grandi tele di fine ‘700 che raffigurano la nascita di Maria e la presentazione di Maria al tempio, entrambe di Donato Teodoro.

Nella parete di fondo si apre una nicchia, affiancata da colonne che sorreggono una cimasa modulata su cui si stagliano gli angeli, che ospitava una antica statua lignea policroma raffigurante la Madonna in trono con il bambino Gesù sulle ginocchia. La scultura, unitamente a due pale d’altare, tre sculture lignee e tre tele sono state oggetto di furti e mai ritrovate.

La parte della chiesa antistante l’altare maggiore è improntata alla cristologia con dipinti relativi alla natività di Gesù, mentre la parte absidale retrostante l’altare maggiore è di ispirazione mariana.

Fiancheggiano la nicchia di fondo due medaglioni in bassorilievo raffiguranti Giaele che conficca il piuolo nel capo di Sisara e Giuditta che recide la testa di Oloferne. Sopra la cimasa il medaglione centrale raffigura Ester che si offre al re Assuero per impetrare la salvezza del popolo di Israele. Così tre figure femminili dell’Antico Testamento incorniciano spazialmente la nicchia della Madonna in trono.

Sulla volta a crociera vi sono due medaglioni affrescati: nel primo, per chi entra, è raffigurato sant’Antonio che intercede per la pioggia su Francavilla stremata per la siccità del secolo XVII. Nel secondo è raffigurato san Francesco d’Assisi in atto di ricevere le stigmate.

Nel primo altare a sinistra è collocata la tela di Donato Teodoro raffigurante sant’Anna con la Vergine bambina. Sul secondo è collocata l’immagine di san Pasquale Bylon, mirabile dipinto del Cenatiempo.

Nel primo altare a destra, con l’asportazione della tela del secolo XVIII raffigurante la Vergine degli angeli con san Francesco e santa Chiara, si è rinvenuto un affresco preesistente, coevo della chiesa cinquecentesca, raffigurante san Francesco che riceve le stigmate e, sulla lunetta dell’affresco, la Vergine con il bambino. Manca la pala del secondo altare a destra, rubata e mai ritrovata.

A breve le lacune determinatesi a seguito dei furti verranno colmate con due pale d’altare in fase di ultimazione, dipinte “ad hoc”, nell’Accademia di Brera in Milano e, nell’arco trionfale dell’abside verrà presto ricollocata “in copia” la statua policroma della Vergine in trono con bambino. Inoltre, si provvederà a riposizionare nel primo altare a destra di chi entra il paliotto settecentesco in gesso policromo sottratto da ignoto ma ricuperato dai carabinieri per il patrimonio artistico.

Altre iniziative miranti a ricostituire l’antico patrimonio della chiesa attendono la generosa contribuzione dei fedeli e degli amanti dell’arte. Dall’apertura della stessa al culto nel maggio 2011 molte sono state le realizzazioni già portate a termine mentre altre verranno realizzate in un prossimo futuro.

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